Il Signore di Goceano
Il vento che infuria da queste parti è davvero singolare. Le sue raffiche ritmiche sulle pietre consunte della rocca in cui ci troviamo dialogano con noi. È difficile, ma proviamo ad ascoltare, chiudendo gli occhi.
Siamo ai piedi del castello di Goceano, dove sorge Burgos.
Oggi il paese è in fermento. Si festeggia il medioevo. Con lui si evocano le origini del luogo, affascinante e sinistro al contempo, e si aprono li scrigni dei ricordi perduti e delle mille storie che qui si sono succedute. Immergiamoci nell’atmosfera e attendiamo. Qualche racconto giungerà a noi. Sarò il vostro cantastorie, se lo vorrete.
Ecco, laggiù. Lì, dove si affollano bimbi e adulti indaffarati. Proprio là, dove il sole si diverte a dipingere con i suoi colori cangianti i chioschi dove si arrostiscono pietanze dell’epoca e i gazebo dove si allestiscono ricostruzioni di armi, ambienti e strumenti musicali che animeranno la giornata. Guardate bene. C’è un uomo che si fa largo fra la folla. Si inerpica agilmente per la salita che porta al castello. Ha una testa grande ricoperta da capelli nerissimi, folti e ricci portati lunghi e disordinati. La barba, lunga e nera anch’essa, incornicia un volto vivace e intelligente con un non so che di crudele. Veste panni da nobiluomo lacerati qua e là. Su una spalla porta arco e faretra. A un fianco ha un pugnale, la leppa sarda, all’altro una pesante scure dall’aspetto temibile.
«Dunque sei tu Bartolo Manno, il Signore di Goceano?»
«Così si dice. E per quanto riguarda il Signore, beh diciamo che padrone di questi luoghi lo sono ancora, in un certo senso. E tu chi saresti, viandante?»
«Un cantastorie. Vorrei narrar di te, se posso».
«Come credi, viandante e cantastorie».
«Allora lascia che ricordi con te la tua vita, mio caro Bartolo. Questa rocca è casa tua dal 1410 al 1422, più o meno. Ti insedi qui dopo la sconfitta militare del regno o Giudicato sardo di Arborea. A Sanluri, il 30 giugno 1409, i sardi e i loro alleati genovesi e francesi sono sbaragliati dai nemici di sempre, i catalani. Nei mesi successivi accade di tutto. Il Giudice o re, il visconte francese Ghion De Narbonne, Guglielmo I di Arborea, fugge in Francia. Torna poi in Sardegna con dei rinforzi. La Capitale Oristano è assalita alle spalle e si arrende per evitare l’assedio e il probabile saccheggio. Il Capitano del popolo Leonardo Cubello firma una pace separata e molti territori sono sottratti a re Guglielmo. Quest’ultimo si dichiara tradito e prosegue la lotta. I Doria, potente famiglia genovese con possessi nella Sardegna nord occidentale, oscillano fra i due contendenti. Così entri in gioco tu, Bartolo. Ti dichiari anti catalano e nel giro di poco tempo diventi l’ago della bilancia nel centro Sardegna. Hai davvero una risata potente, mio Signore. Spero il tuo divertimento significhi che apprezzi il mio racconto».
«Per le corna di Satana. Sei bene informato, mio caro cantastorie. Oh, anti catalano lo sono davvero. Per il resto, non mi è mai importato niente di tutti quei nobilotti da strapazzo».
«Beh, ai tuoi tempi gira voce che anche tu sia nobile, Bartolo. Perché scoppi a ridere?»
«Perdona la mia ilarità. Sai, ho intortato tanta di quella gente nella mia vita, da non ricordarmi più cosa è vero e cosa ho inventato della mia storia».
«Perché ti fai bandito? è una domanda lecita, visto lo strano personaggio che sei».
«Posso dirti che so essere crudele, ma anche giusto e generoso, qualche volta. Nasco in un’isola feroce. A quel tempo sta morendo, perché la sua indipendenza si frantuma. La gente mia cresce in fretta, impara a cavarsi d’impaccio da sola e a inghiottire le lacrime».
«Perdonami Signore, ma non hai risposto. Qualche volta, uno sprazzo di umanità in te si è visto. Specie con la povera gente. Scrivono che sei il primo bandito politico sardo».
«Ah dannazione, Finiscila. So cosa stai architettando, vuoi fare di me un eroe da dare in pasto a qualcuno tanto idiota da crederti. Balle. Io e i miei uomini ne abbiamo fatte di ogni da queste parti. Razzie, colpi di mano e soprusi. Per esempio quel monaco algherese che torturammo per giorni. E non era nemmeno ricco come pensavo. Beh, ne ho di cose sulla coscienza. Tu lo sai che ho preteso le tasse come un re? Rido, quando me lo ricordo. Ma forse posso darti una parte della risposta che vuoi. un uomo non può vivere di solo odio. Ti racconto un episodio., Bello, credo. Un mattino, giunge presso di noi gruppo di gente in fuga dal sud. Vanno a nord, sulla costa occidentale. Li sfamiamo e facciamo dormire qui al caldo, davanti al grande camino del salone centrale del castello, laggiù. Stanno con noi per un po’. Brava gente. Facciamo amicizia, noi e loro. A qualcuno di costoro beh, forse mi affeziono. Quando ripartono gli regaliamo panni caldi e buon cibo. No, non si può vivere di solo odio. A quel tempo sono come una dama. Danzo ora con quello ora con questo cavaliere. E per molti anni il Goceano, anche in nome dei Doria o del Giudice Ghion, lo gestisco io. Ma so che in molti pensano già a come farmela pagare, a come togliermi di mezzo insomma».
«Accade una mattina del 1422, Bartolo. Leonardo Cubello è creato marchese di Oristano. I catalani gli lasciano il Goceano. È lui a doversi occupare di te. Cos’è quel luccichio nello sguardo? Tu, si dice, talvolta hai fatto patti anche con lui. Vedo che sorridi e non vuoi rispondere, ho capito. Torniamo a quei giorni, Bartolo. Leonardo e i suoi uomini investono d’impeto tutto il territorio. Sono scatenati e decisi a chiudere la partita con te. Tu hai colpo d’occhio, Signore di Goceano. E anche se taci, il tuo sorriso dice più delle parole. Si pensa che tu non sia un bandito comune. Ci capisci pur qualcosa di arte militare. Ti ritiri entro le mura del castello. Sai di non poter affrontare in campo aperto una cavalleria armata pesante come quella che sta per rovinarti addosso. I tuoi uomini non sono gente di guerra, ma volgari tagliagole. Quando il marchese piomba su di voi, loro si sbandano. La paura li attanaglia e presto si rivoltano contro di te. Ti vedo Signore, mentre impugni la tua scure da battaglia e meni colpi a destra e a manca. Loro però sono troppi e hanno la meglio su di te. Ti uccidono nella speranza di aver clemenza da Leonardo.
Ma tu continui a sorridere. Ti hanno ammazzato come un cane. Non odi i tuoi ex compagni?»
«E perché dovrei, cantastorie? Quei poveri idioti cercano solo di salvarsi la pelle. Sono i miei uomini. Ragionano come me. Del resto, pochi sopravvivono a lungo alla mia morte. Qualcuno ha salva la vita, molti sono trucidati sul posto appena conquistato il castello. Altri, messisi in salvo in qualche modo, si fanno infilzare stupidamente in risse da ubriachi nelle locande di Alghero e di Castel genovese. No non li odio cantastorie. Sono poveri diavoli che sanno come va il mondo. E ammazzare me in cambio della clemenza è l’unica possibilità che hanno. Lo avrei fatto anch’io al loro posto».
«Bartolo, cos’è che ti rende così cinico persino con te stesso?»
«Non sono affatto cinico, mio caro viandante. Ho solo una grande esperienza di uomini. Il che in fondo è la stessa cosa».
«Tuttavia, ti sei rabbuiato Signore. Un fremito ha alterato i tuoi lineamenti, anche se cerchi di nascondermelo con il capo chino».
«Bada a te viandante cantastorie. Non ti conviene indagar troppo il mio animo. Potresti pentirtene. Comunque ascolta e sappi tacere. Anche io ho dei rimpianti. Ricordi quel gruppo che resta con noi per qualche tempo? Vanno a mettersi al servizio di Nicolò Doria, il Signore di Monteleone. Dicono che è buono, fratellastro del nostro vecchio Giudice. Diavolo, nemmeno mi ricordo come si chiama».
«Mariano 5o, Bartolo. Il giovane e sventurato figlio di Eleonora de Serra Bas e di Brancaleone Doria».
«Sì lui, accidenti. Forse è vero ciò che si dice. I sardi che non si rassegnano al dominio catalano tentano di giungere nei territori Doria, dove a loro dire la vita è migliore e più libera. Ma al tempo non la penso così. Derido i miei ingenui ospiti. I miei amici, in realtà. Dico loro che a questo mondo si è soli ed è bene battersi per sé stessi e nessun altro. Sai cantastorie, mentre sto sul camminamento della mia rocca e cerco di rintuzzare gli assalti dei bastardi che mi accerchiano, mi torna in mente lo sguardo addolorato del giovane di Desulo che mi ammira e insiste perché mi unisca a loro. O quello dell’uomo con i capelli bianchi, che mi chiede di lasciare la mia vita di bandito e magari, viste le mie abilità, mettermi al servizio del Doria. Martino, uno che la testa gli è diventata così dopo aver visto scannare decine di compagni a Sanluri. Uno che abbraccio con queste mie zampe, una notte che l’incubo della battaglia lo tormenta e lo fa urlare e piangere come se fosse ancora laggiù, in mezzo al campo di battaglia. L’ho cullo per calmarlo. Neanche fossi suo padre, dannazione. Beh, in quegli ultimi istanti mi pento. Capisco che quelli sono gli unici miei amici. Con loro avrei potuto costruire qualcosa. Qualche cosa che, per una volta, non si sarebbe sbriciolato qui fra le mie dita tozze e callose. E poi sai, Castel genovese io l’ho veduta. Brulicante di vita e di gente. Quando arrivi alle sue mura, sembra che il borgo ti spinga in alto, verso il cielo. C’è un pezzetto di mare che se fa bel tempo ti ci butti dentro e forse arrivi a nuoto in Corsica. Io non l’ho mai vista quell’isola, ma è piena di occasioni, dicono. Forse in un posto come quello, con quelle persone, avrei potuto trovare pace anche io, penso ancora. Io che non credo mai in niente e in nessuno. E ora ti saluto, mio caro».
Bartolo si allontana fra la gente festante. Nessuno sembra badare al suo passaggio. Lui è parte integrante di queste terre. Si confonde con il cielo azzurro, dissolvendosi con il sole cocente e il vento impetuoso. Mi arriva una immagine. Bartolo nella grande sala del camino con un ragazzetto che tiene sulle ginocchia. Giocano e ridono. Poco discosta, una giovane dai capelli lunghi e neri li guarda teneramente. In una altra immagine, Bartolo saluta malinconico, mentre ragazza e bimbo si avviano verso Castel genovese, col resto del gruppo. Quando mi chiedo chi siano quei due, un brivido mi corre nella schiena. Bartolo li ama entrambi. Non accetta di andar con loro perché sa che Nicoloso Doria, servitosi di lui per molti affari sporchi, non gli avrebbe mai permesso di vivere a lungo. E forse, il Signore di Castel Genovese avrebbe potuto far uccidere tutta la compagnia, sospettandoli di un qualche cosa.
Mi sto riprendendo dallo shock della rivelazione, quando nelle orecchie mi rimbomba la voce sarcastica del Signore di Goceano.
«Quietati, cantastorie. Ti ho già avvisato, maledetto ficcanaso. Non indagar troppo nel mio animo, se non vuoi pagare con la vita la tua curiosità. Contentati di quanto ti ho detto.
Un uomo non può vivere di solo odio».
Pierfrancesco Lostia
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