Dorgali: Feste campestri, la via per la ricchezza.
Costumi vistosi, gioielli dai colori sgargianti e persone chiassose in processione. Persino le bardature dei cavalli, anch’essi protagonisti di questi eventi, hanno un non so che di pomposo, quasi superbo.
Parliamo delle FESTAS DE PANDELA di Dorgali, Ricca comunità del centro Sardegna, situata fra il mare della costa orientale e la montagna, in un territorio dallo scenario naturale unico. Siamo immersi nella cultura della Barbagia, al confine però con altri due territori ben noti: l’Ogliastra e la Gallura. Già la posizione geografica che la rende una sorta di confine fra le tre realtà, racconta molto di questo peculiare paese della Sardegna. Qui, ogni anno, fra maggio e settembre, vengono celebrate le feste campestri dorgalesi, antica tradizione religiosa risalente alla fine del 500.
Come si dirà fra un momento, la tradizione di cui ci occupiamo è ben più di una celebrazione religiosa, per quanto sentita. È una epopea, il racconto di risurrezione, il DNA di una comunità intera. Vi è un nomignolo, in sardo, attribuito al Paese, ovvero “Durgali pompa”, cioè Dorgali pomposa. L’appellativo, tutt’altro che offensivo, indica uno strano primato di questo luogo, che in un certo senso potrebbe essere considerato, con le opportune proporzioni, la Napoli sarda, in virtù del suo amore per lo sfarzo e la gioia di vivere.
La rinascita
Ed è all’epoca che accomuna Campania e Sardegna che dobbiamo guardare, per cogliere la genesi di tale tradizione.
Alla fine del 400, l’isola è colpita da carestie e guerre che ne segnano declino economico e spopolamento. La spinta indipendentista sarda, rappresentata per 500 anni dal regno di Arborea, si è spenta a Macomer, nel maggio del 1478. Sepolta dai colpi di artiglieria degli spingarderos giunti in Sardegna dai diversi regni soggetti alla corona d’Aragona, poi fusasi in regno di Spagna con la Castiglia, Arborea esala l’ultimo respiro, lasciando il posto a una dominazione che dura fino ai primi del 700. I catalani, unici Signori dell’isola solo dal 1478, cercano di ricostruire un rapporto di fiducia coi sardi, seppure a modo loro. Il regno di Spagna si rende conto di avere sotto di sé territori sconfinati, minacciati continuamente da nemici, nonché popolazioni diversissime fra loro. Ecco che i regnanti iberici intuiscono di avere un solo mezzo per cementare l’unità fra i sudditi. La fede cattolica. Ciò segna, in particolare per la Sardegna, l’opportunità per chiudere col passato, per concentrarsi sul presente.

L’isola del silenzio
La Sardegna deve il suo appellativo alla qualità selvaggia dei luoghi, poco abitati e dotati di un impatto emotivo diversissimo da quello che si ha frequentando altre realtà. Scarsamente abitata da sempre, con l’eccezione dell’epopea nuragica, la Sardegna si caratterizza per edifici dalle dimensioni modeste, rispetto ad altre località. La cura con cui l’architettura è armonizzata con il paesaggio, è però notevole. Le autorità spagnole, rispettando le peculiarità sarde consolidatesi nel tempo, incoraggiano l’edificazione di centinaia e forse migliaia di piccole chiese campestri, disseminandole nei centri urbani, come nell’aperta campagna. Edifici piccoli come detto, ma aggraziati.
Lungi dal rompere il silenzio dei luoghi, lo accompagnano e impreziosiscono. Le feste sono dedicate al raccolto e alla gratitudine verso Dio, nonché all’arrivo della bella stagione. Furbescamente, ma non per la prima volta nella Storia, la Spagna unisce all’autentico sentimento religioso cattolico, uno dal sapore vagamente mondano o se si preferisce pagano. Dopo una dura annata di fatiche, le feste portano svago e socialità. Persino le differenze fra classi si allentano, almeno per la durata dei festeggiamenti. Ciò rappresenta, è facile intuirlo, una valvola di sfogo indispensabile. Specie in una società rigida come quella spagnola , ossessionata dal peccato, l’eresia e la morale.
Curiosità
Per quanto il dominio di Spagna si estenda sul Mediterraneo e sulle due sponde dell’Atlantico, non ci sono prove di una parentela diretta con la Festa del ringraziamento. è accertato che i Padri pellegrini giunti in nord America dall’Europa la creano nel 1621, per festeggiare il loro primo anno nella nuova patria e il buon raccolto. In quell’anno, festeggiano per la prima volta, assieme ai nativi, Il ringraziamento. Il fatto che i Padri pellegrini vengano dall’Europa e la presenza di numerose colonie spagnole in centro e sud America, ma soprattutto l’evidente somiglianza fra le due festività, fa sospettare con una certa ragionevolezza che un qualche tipo di imitazione, per così dire, vi sia.
Le festas de pandela di Dorgali
Tradizione affascinante nonostante una certa ripetitività dello scenario (così scrive Grazia Deledda in una delle sue prime novelle), che ha nel sentimento religioso il suo significato profondo, nella gioia di vivere e nella laboriosità unite ad una certa vanità dei dorgalesi, la ragione nascosta.
Le festas furono a tutti gli effetti il testamento politico e culturale consegnato a Dorgali da quella che allora era la sua Patria, il suo faro, il regno di Spagna.
Non è facile ricostruire in modo lineare la loro evoluzione, ma in base ai documenti antichi e alla memoria orale è evidente che per Dorgali queste ricorrenze assumono presto un valore aggregante, all’insegna della fede comune, ma anche di un banco di prova, un’occasione per mettere in mostra le proprie qualità. Concordi, i dorgalesi individuano nei saperi sviluppati in occasione delle festas l’origine dell’attuale ricchezza del paese. La nascita di numerose cooperative dell’agroalimentare, la bellezza imperitura dell’arte orafa, le numerose tecniche manuali, nella lavorazione del ferro, del legno, della pelle e della ceramica. Ognuna di tali arti e molte altre, hanno un debito di riconoscenza verso le festività campestri del Paese.

Fra la fine del 500 e per tutto il 600, a Dorgali vengono edificate parecchie chiese, circa una trentina, a giudicare dalla documentazione giunta fino a noi. Con la costruzione, voluta e finanziata da famiglie particolarmente devote, viene garantita una dotazione di terreni e prodotti agricoli, indispensabile per la cura di questi luoghi di culto e per le celebrazioni della relativa festa.
Molti di questi “tesori di architettura rurale”, come qualcuno li ha definiti, sono purtroppo scomparsi. Il Paese conta ancora 17 chiese campestri, di cui 8 ricomprese nell’attuale centro abitato.
Sono 5 le Festas de pandela ancora oggi celebrate, legate alle chiese di Baluvirde, Su Babbu Mannu, Santu Juanni, Bonu Camminu e Santu Pantaleo. In aggiunta a queste, è ancora celebrata e particolarmente amata la festa dedicata ai Santi Cornelio e Cipriano, nonostante la chiesa a essi consacrata sia scomparsa. Nel giorno della festa, sfilano dei cavalieri che portano in processione un vessillo, sa pandela (vessillo), che ritrae l’immagine del santo festeggiato.
Si tratta di uno stendardo di stoffa ricamato a mano e montato su un’asta di legno, a sua volta decorata con nastri e fiori. Ancora oggi, sono proprio le Festas il miglior biglietto da visita di Dorgali, località turistica nota in Italia e all’estero.
Pierfrancesco Lostia
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Segue: Festas de pandela 2 – Dorgali, un primato economico


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