Emilio e Joyce Lussu, anime contro
Ogni sera, li vedevo arrivare al passo verso di me, il tramonto alle loro spalle. Lui a piedi, la sigaretta fumante fra le labbra. Lei a cavallo, di ritorno da una delle sue escursioni nei dintorni. A un certo momento, lei smonta e prende l’animale per le briglie, continuando a camminare di fianco a lui, che fuma flemmaticamente. Li ho sempre veduti arrivare così, innumerevoli volte. Sono trascorsi più di cinquant’anni da allora. Eppure, ogni sera al tramonto, vedo la stessa, identica scena. Mi lasciavano sola per periodi lunghi, perché perlopiù vivevano a Roma. Ma ogni volta in cui tornavano a trovarmi, giungevano sempre come ve li ho descritti.


Ma lasciate che mi presenti a voi. Sono la Casa di Emilio Lussu. Mister Mill, per gli antifascisti italiani che, dal 1923 al 1943, girovagarono per mezza Europa, dopo essere stati mandati al confino o costretti a fuggire dall’Italia. Mi trovo in Sardegna, nel Comune di Armungia, dove Emilio è nato, il 4 dicembre del 1890. Oggi sono una Casa museo, dedicata alla memoria sua e di Joyce Salvadori, che di Emilio fu moglie, amica e anima gemella. Una magia rara la loro, potete credermi. Diversissimi e simili al contempo, sappiatelo. Lei, molto più giovane del suo uomo, era nata l’8 maggio 1912. Marchigiana con origini inglesi, una fiamma vigorosa e ribelle fin dalla giovane età. Lui sardo verace, per molti aspetti schivo, dotato di una ironia pungente, che dirigeva anzitutto verso sé stesso. Sono stati due noti antifascisti, come credo sappiate tutti. Hanno combattuto a Roma durante le giornate dell’8 9 e 10 settembre 1943, a differenza dei tanti che, dichiarata guerra all’ex alleato tedesco, pensarono bene di fuggire il più lontano possibile dalla Capitale, per evitare i guai che sarebbero inevitabilmente arrivati con la scoperta che l’Italia aveva siglato, segretamente, l’armistizio con gli Alleati angloamericani.
Joyce ed Emilio, entrambi scrittori Prolifici, preferivano la penna alla pistola, le idee alle pallottole. Costretti a battersi con le armi contro la dittatura, non rinunciarono mai al tentativo di comprendere le radici del male. Seppero analizzare il fascismo come fenomeno sociale, distinguendo fra capi spietati e ingenui padri di famiglia, era una delle loro espressioni preferite, illusi di poter umanizzare il regime. Furono sempre di Sinistra, ma poco disponibili a farsi assimilare dal Partito comunista, i cui tentativi di egemonia entrambi contrastarono, sia sul piano ideale che concreto. Ma non è di ciò che voglio parlarvi. Vorrei invece che conosceste almeno un frammento della loro vita insieme.

Un amore al confino
Fin dal primo momento in cui si conobbero, a Ginevra, quando lei gli si presentò dinanzi, rivoltella in pugno, incaricata di recapitargli un messaggio da parte del proprio fratello e del movimento GL, Giustizia e Libertà. Lui, ironico come al solito, guardò prima lei e poi la pistola, chiedendo in cosa avrebbe potuto aiutarla. L’incontro, i cui dettagli sono ancora oggi poco noti e su cui anch’io tacerò, fu la scintilla fra loro due. Joyce, giovane e brillante intellettuale, bellissima, era forse già innamorata di Emilio. Ovvero di Mister Mill, come era soprannominato il combattente sardo che, dopo la morte di Carlo Rosselli, fu chiamato a guidare il movimento clandestino di GL. Si separarono poco tempo dopo. Lei, ardimentosa come sempre, in un colpo solo scelse di trasferirsi in Africa e sposare un uomo, Aldo Belluigi, ricco possidente e aderente al Partito nazionale fascista. Durarono poco. Sia il matrimonio che i sogni di grandezza del marito di Joyce. Lei, penna matura fin da giovane, tornò in Europa. Non aveva dimenticato Emilio. Si mise alla sua ricerca. Lo ritrovò ancora una volta in Svizzera. E questa volta, la loro unione fu più forte di qualunque altra considerazione.
Da allora, il loro amore e la lotta clandestina contro i nazifascisti furono un tutt’uno.
“Diplomazia clandestina”, “Fronti e frontiere”, il primo di Emilio e il secondo di Joyce, sono il racconto di quegli anni febbrili, in cui i due si spostarono per mezzo continente, poi in Inghilterra, negli USA e ancora in Europa. Contatti diplomatici, missioni speciali e fughe rocambolesche. Fu questa la loro vita insieme. Ma non solo. Quante storie, aneddoti segreti, potrei raccontarvi. Quante sere trascorse nel mio salotto, senza che nemmeno avessero necessità di parlare, a evocare momenti drammatici. Sfiorarono la morte, cento e mille volte. Nonché la felicità. Quest’ultima fatta da brevi istanti forse, ma così intensi da renderla eterna. E il più delle volte, lo sguardo che correva fra loro, illuminato dal fuoco scoppiettante del camino, bastava a farmi vivere l’episodio in questione, senza che loro dovessero narrarlo. Lo leggevo nei loro occhi. Furono tanti i momenti in cui toccarono con mano la potenza del loro amore. Anche quando lontani, in pericolo, poterono sentire un legame telepatico che li univa e li proteggeva. Joyce lo racconterà tante volte, in diverse occasioni.
Nell’agosto del ’43 rientrarono segretamente in Italia, per poi raggiungere Roma. E qui si sposarono civilmente, anche se si erano già uniti qualche anno prima, con una cerimonia informale e alla presenza di pochi e fidati amici, con cui condividevano la clandestinità e gli ideali di libertà.
Dopo la guerra vennero in Sardegna e qui, da me. Joyce si trovò catapultata in un mondo diversissimo dal suo. Eppure non si chiuse in sé stessa, ma al contrario volle conoscere la Sardegna nel suo intimo. Partiva la mattina a cavallo, senza mai dire dove andava. Incontrava persone, si tratteneva con loro, curiosa di conoscere e capire. E quelle esplorazioni furono da ispirazione per pagine meravigliose sulla Sardegna e sui sardi. “L’olivastro e l’innesto”, solo per darvi un titolo. Emilio, intanto, si preparava per costruire un nuovo futuro per la Sardegna e per sé stesso, visto che tornò a fare politica attiva. Lo vedo ancora, mentre parla con pastori e contadini alla sua maniera. Lussu era un uomo benestante di famiglia, un fine avvocato e un giornalista brillante. I suoi libri lo avevano già consacrato uno scrittore di successo. Ma a lui non serviva parlare in maniera pastosa, astrusa. Al contrario, il suo dire era diretto, pungente e senza doppi sensi. Gli uomini lo apprezzavano proprio per questo. Ridevano alle sue battute, fraternizzavano con lui. E soprattutto gli credevano. Sentivano che Emilio era uno di loro. “Teoria dell’insurrezione” è uno dei testi in cui il nostro ex combattente riversò molte delle sue considerazioni sulla Sardegna e sul suo destino.
Sapete quando ho visto l’unico vero litigio fra Joyce ed Emilio? Quando lui è stato rieletto parlamentare. Lo era già stato in precedenza, prima dell’avvento di Mussolini. Perciò lui non stava facendo altro che consacrare la propria vita a ciò che amava. E lei? Di famiglia nobile, antifascista convinta come tutti i suoi cari, fin da giovanissima studentessa di Lettere aveva dato prova di una prosa superba, capace di impressionare persino Benedetto Croce. Joyce voleva tornare a scrivere e per farlo le occorrevano spunti, idee. Era una donna che se ne infischiava del rango. In questo era uguale al suo secondo marito. La sua scrittura nasceva da esperienze autentiche, dallo sporcarsi le mani con la terra, tanto per intenderci. Sì. Credo che in questo fossero uguali, Emilio e Joyce. La loro creatività letteraria veniva fuori dalla vita vera. Dalle cose brutte come da quelle belle. Dal fango e dalla povertà, come dalla voglia di rinascere e riscattarsi dopo un conflitto come quello appena conclusosi. E Joyce era una che credeva nell’autodeterminazione dei popoli, nel diritto di ognuno di costruirsi una vita dignitosa, senza padroni. Per questo, ella riteneva che la Seconda guerra mondiale dovesse essere l’inizio e non la fine di un’epoca nuova, dove ogni popolo vedesse riconosciuto il proprio diritto a una esistenza libera e pacifica. Desiderava stare dove c’era bisogno, Joyce. in mezzo a chi chiedeva libertà a gran voce. Pretendeva di stare in mezzo agli eventi, dove la Storia la si faceva ogni giorno. Voleva tornare in Africa. Emilio fece di tutto per impedirglielo. E no, non lo fece perché si sentisse un marito padrone. Semplicemente, l’amava più della propria vita. E senza di lei si sarebbe perduto. Joyce lo comprese. E vi assicuro che quella donna raramente ha accettato di rinunciare a qualcosa. Chinare il capo? Oh, mai. Nessuno avrebbe ottenuto una simile resa da parte di Joyce Salvadori. Nemmeno suo marito. E lui non ci avrebbe nemmeno provato, credetemi. La nostra Joyce trovò comunque il modo di esprimersi intellettualmente e individualmente. Non si sarebbe mai ridotta a essere semplicemente la moglie del deputato Lussu, come disse orgogliosamente al marito. E se volete saperne di più, leggete “il turco in Italia”. Saprete chi era questa donna e cosa ha saputo fare a favore di popoli che, senza personalità come la sua, sarebbero rimasti inascoltati e sconosciuti ancora a lungo.
Col tempo ho visto sempre meno i miei cari. Ebbero un unico figlio, concepito proprio nel 1943, quando la lotta partigiana era al culmine. Si trasferirono a Roma. Qui furono attivisti impegnati, intellettuali, ma soprattutto furono sempre gente del popolo e per il popolo.
5 marzo 1975
Sono cinquant’anni che Emilio non è più fra noi. Sua moglie ha continuato, finché ne ha avuto la forza, a raccontare la loro storia insieme. A ristampato i capolavori dell’amato, in primo luogo “Un anno sull’altipiano” e “Marcia su Roma e dintorni”. Ha ella stessa continuato a scrivere, narrare e testimoniare. “Padre padrone padre eterno”, “Il libro delle streghe” e persino un’avventura italiana di Sherlock Holmes. Giusto per lasciarvi qualcuno dei volumi pubblicati negli anni dalla nostra instancabile Joyce.
A volte, io che ormai sono un museo e da tempo ho dismesso il ruolo di casa, sono preda di una tristezza indicibile. Nostalgica, fantastico sui significati del loro incontro. Lei nata in primavera, lui in pieno inverno. Hanno lasciato questa terra, lui al principio del mese di marzo, lei al volgere dell’autunno.
4 novembre 1998
È in questo giorno che Joyce se n’è andata. A Roma naturalmente, come suo marito. E questo mescolarsi delle stagioni, a me povera casa dall’animo di donna, fa pensare allo scambio di due spiriti capaci di completarsi l’un l’altra. Dandosi giovinezza per saggezza e viceversa. Quando la nostalgia è troppo pesante da sopportare, sfoglio “Una vita contro”, Libro intervista a Joyce Salvadori, di Silvia Ballestra. Una biografia di Joyce, nonché di Emilio. In quelle pagine rivedo l’incontro fra i due, la loro diversità di temperamento e di età, contemperata dal molto che li accomunava. E ciò mi permette di trasmettere, a chiunque venga qui, il loro ricordo e il loro esempio. Tanto coraggiosi e coerenti con le proprie idee, da non temere di trascorrere… una vita contro.
PIERFRANCESCO LOSTIA
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