Dorgali: fra un delitto e un possibile intrigo.
I secoli, veloci come i giorni agli occhi dell’eternità, fanno appassire ogni cosa, al contempo rinnovandola. È l’anno del Signore 1763, quando la fama di Dorgali e della sua ricchezza giunge alle orecchie degli ecclesiastici di Cagliari. Nel paese barbaricino si sta edificando una chiesa parrocchiale, consacrata a Santa Caterina. È una delle più belle e grandi, per la Sardegna del tempo. Quel che più sorprende, è che sono gli stessi dorgalesi con le loro forze a sostenere la gran parte dei costi di costruzione. I tempi sono mutati. La Spagna è un ricordo, ma non del tutto sopito. Ora, i Signori dell’isola sono i Savoia, granduchi di Piemonte. A loro, a partire dal 1720, viene assegnato il titolo di re di Sardegna, inventato da Papa Bonifacio VIII (nel 1297), e da cui, meno di un secolo più tardi, nascerà il regno d’Italia.
Nel 1763, i nobili sardi sono quasi tutti spagnoli. Il cuore del popolo è, se non proprio con i re iberici, certo lontano dai Savoia. Il banditismo è pilotato dai ceti dominanti, che sobillano la gente comune contro la nuova autorità. Vuoi perché attaccati alla vecchia Spagna, vuoi perché non tollerano il nuovo potere che, di fatto, li ignora.
Una nuova chiesa per la Barbagia
A Dorgali la vita scorre serenamente, all’insegna della laboriosità di sempre. Certo, il Paese vive anch’esso le turbolenze dell’epoca, ma meno che altrove. A Cagliari intanto, si ragiona sulla possibilità di ricostituire una diocesi per il centro Sardegna. Quella con sede a Galtellì, è soppressa da tempo. Il fatto accade attorno al 1494, per via dei tumulti all’epoca provocati dalle popolazioni locali. Difatti, nonostante la definitiva sconfitta militare subita a Macomer il 19 maggio 1478 e la cattura dell’ultimo marchese d’Oristano (Ribellatosi alla corona d’Aragona per impugnare l’antico vessillo dell’indipendenza), i barbaricini non si rassegnano alla morte del regno d’Arborea. È quest’ultimo, l’unico Stato sotto al quale, per un istante, i sardi si sentono nazione. Tuttavia, quei tristi fatti d’arme sono, già allora, ricordi sbiaditi. Così, i prelati cagliaritani si interrogano se non sia il momento di restituire una diocesi al centro dell’isola. La scelta deve portare, almeno nelle intenzioni, una rinascita sociale e civile della Barbagia.

Una ricchezza scomoda
È un paese prospero e dalla buona reputazione, quello che si cerca da Cagliari. Gente laboriosa e devota alla Chiesa. E proprio su Dorgali sta per cadere la scelta. Quelle Festas de pandela di cui tanto si parla, incuriosiscono. Sono frequentatissime, fin da allora. I cuchinadores (cuochi) dorgalesi sono fra i più abili e stimati dell’isola. I priori, patrocinatori a cui è affidata l’organizzazione della festa, sono considerati fra i più generosi. Gli artigiani sono celebri per i loro manufatti, che spesso sono donati per abbellire le chiese.
L’abbondanza dei cibi e dei vini offerti ai pellegrini giunti a Dorgali, è il segno vistoso di una ricchezza forse ostentata, ma ambita dalle autorità.
Da Cagliari, viene inviato a Dorgali un vicario del vescovo, certo monsignor Ignazio Cao. L’incarico per il prelato è accertare se il paese sia degno di ospitare un alto rappresentante della Chiesa. E inoltre, si vuole saperne di più della ricchezza del centro barbaricino, di cui tanto si favoleggia.
Uno strano delitto
E ciò, si sa, accende la cupidigia dei più. Dei potenti specialmente.
Qualcosa, difatti, va storta. Monsignor Cao viene gravemente ferito. Le versioni sul fatto di sangue, divergenti e confuse, ieri come oggi, lasciano perplessi. La morte del pover’uomo (qualcuno ancor oggi parla di un ferimento) è voluta dal parroco e da un suo aiutante. Ciò, almeno, è quanto si evince dalla documentazione conservata a Cagliari. I due, spalleggiati dalla popolazione, non si sa bene perché e per come, vedono nell’arrivo del monsignore una indebita intromissione nelle faccende del Paese. Così, decidono di sbarazzarsi dell’indesiderato ospite.
Ci sono molti aspetti oscuri in tale vicenda. Si parla, anzitutto, di un anello sottratto con la forza al povero monsignor Cao. Il prezioso oggetto gli sarebbe stato dato dal vescovo, per certificare l’autorità conferita al possessore. I motivi della missione, quelli veri, sarebbero alla base della reazione dei dorgalesi.
Una regia occulta?
Nessuno, ancor oggi, sa come sono andati realmente i fatti. Tuttavia, vi è un sospetto, a parere di chi scrive. La Sardegna di quegli anni arde. Ci vorrà molto tempo prima che si arrivi a un assetto definitivo che regoli i rapporti fra sardi e piemontesi. Che qualcuno abbia orchestrato il fatto narrato, per scopi occulti?
Fingiamoci, per un istante, degli Sherlock Holmes dilettanti e proviamo a ricostruire fatti e circostanze.
Facciamo un salto all’indietro, nel 17° secolo. Corsari e pirati d’ogni risma terrorizzano le coste sarde. Orosei, la cui antica dignità di protetta della famiglia Visconti di Milano è solo un ricordo, diventa uno scalo di modeste dimensioni. Cala Gonone, odierna frazione marittima di Dorgali, addirittura scompare dalle carte nautiche. Ma pure nei dintorni di Cagliari, imprendibile rocca mai espugnata da nessuno, la situazione è disastrosa. Non si contano i saccheggi dei centri di Quartu e di Pirri, ridotti a villaggi stremati e decimati dalle incessanti incursioni dal mare. Il Mediterraneo è ormai il salotto di casa per mussulmani d’Africa e cattolici francesi, spesso alleati contro il nemico comune, la Spagna. Quest’ultima, impegnata a difendere le colonie del nuovo mondo, non è in grado di proteggere la Sardegna. Le buone fregate da guerra, la Spagna le tiene sull’Atlantico, nel disperato tentativo di arginare gli attacchi inglesi, olandesi e dei detti francesi. Come già più volte in passato, i sardi imparano a far da sé. I re di Spagna distribuiscono titoli di cavalieri a destra e a manca, sorrisi e pacche sulle spalle. Ogni tanto, mandano rinforzi. Ma perlopiù sono gli isolani a difender le loro coste. L’aiuto più concreto sono le patenti di corsa. Cioè autorizzazioni con cui la Spagna riconosce a molti sardi lo status di corsari al servizio della corona. Ciò non basta ad arrestare la fiumana di nemici che si gettano sull’isola. La disparità di forze è enorme. Tuttavia, i sardi mettono a segno qualche buon colpo, abili combattenti quali sono.
Dorgali gioca il suo ruolo. Sono visibili, ancora oggi, i resti di una caserma spagnola di soldati a cavallo. Ma è soprattutto la sua forza economica a renderla importante. Cresce demograficamente, imponendosi come un centro di notevole importanza. Eppure, la breve distanza dal mare la rende poco sicura. Per quanto sembra siano pochissimi gli attacchi corsari subiti da Dorgali nell’arco della sua Storia. La precarietà di quei tempi, però, non le permette di affermarsi quanto avrebbe potuto. Tocca a Nuoro assumere il ruolo di roccaforte della Barbagia. La posizione sopraelevata la rende facilmente difendibile. La distanza dal mare, notevole, ne fa un obiettivo pressoché impossibile per un attacco dei barbareschi. Le autorità di Spagna decidono di concentrare là le merci di tutto il circondario. Sanno che gli attacchi mussulmani, rapidi e letali, raramente si spingono tanto lontano dalle coste. Da Nuoro partono le spedizioni per il porto di Cagliari. E Nuoro stessa, vista l’impraticabilità del mare, si ritrova inaspettatamente Regina di Barbagia.

Torniamo al 1763. Il mondo sta cambiando. Il Tirreno, vigilato dalla flotta inglese, è sempre più sicuro. E proprio l’Inghilterra, protettrice silenziosa di Sardegna e Piemonte, costringe le reggenze barbaresche a ridurre e più avanti cessare del tutto, gli attacchi all’isola. Ci sono nuove prospettive all’orizzonte. Certi assetti potrebbero mutare. E come sempre, chi beneficia di un sistema, si batte per tenerlo in piedi.
Chi ha ammazzato allora monsignor Cao? Dorgalesi, forse. Ma per ordine di chi? Per gli interessi di chi? Soprattutto, a chi giova un delitto tanto assurdo e con motivazioni poco chiare.
Dopo il delitto, Dorgali subisce una campagna di veleni. Gli abitanti, definiti crudeli e selvaggi, sono oggetto di attacchi molteplici. Qualche anno più tardi, Nuoro viene scelta come sede del nuovo vescovo. Una coincidenza senza dubbio, ma decisamente fortunata per taluni, rovinosa per talaltri.
Saranno necessari anni, per vedere il volto definitivo della nuova Sardegna Sabauda. Ce ne occuperemo, in dettaglio. La nostra è una ipotesi, una sciocchezza forse, ma chissà. Forse, ciò che accadde a monsignor Cao è il primo tassello di un progetto più grande, oscuro e ben meditato.
Pierfrancesco Lostia
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